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martedì 29 novembre 2011

Drunkorexia: a metà strada tra sballo alcolico e anoressia



È già stata definita l’ultima frontiera dei disordini alimentari. Nasce da un poco idilliaco connubio tra anoressia e abuso di alcol e pare che la sua diffusione sia in aumento soprattutto tra adolescenti e studenti universitari.
Attratti dall’idea di dimagrire i ragazzi iniziano a ridurre la quantità di cibo ingerita sostituendola con smodate quantità di alcolici. I giovani drunkoressici non mangiano ma bevono, convinti di compensare con il bere le calorie che non vengono ingerite con il cibo: è quanto emerge da una ricerca condotta dai ricercatori dell’Università del Missouri. La “moda” dilaga e va diffondendosi in modo interculturale, tanto che pare che in Gran Bretagna siano più di un milione i giovani colpiti da drunkorexia nella fascia d’età tra i 14 e i 25 anni. Non ne è esente neppure l’Italia, anche se ancora non ci sono dati precisi di riferimento. Circa il 16% dei ragazzi ha affermato di mangiare meno per poter introdurre le calorie provenienti dalle sostanze alcoliche senza ingrassare. A volte bevono prima dei pasti in modo da aumentare il senso di sazietà e mangiare meno. Si arriva addirittura ad investire in alcolici i soldi risparmiati con il cibo.


Questa modalità è tre volte più frequente nelle donne, le quali trovano più facilmente degli uomini modelli famosi ai quali ispirarsi. Quante volte abbiamo visto Britney Spears, Paris Hiton, Amy Winehouse o LIndasy Lohan ritratte ubriache dai tabloid? Bere è un modo per emulare qualcuno ma anche per sentirsi accettati dal gruppo e rispondere in modo adeguato all’imperativo culturale: “bevi ma rimani magra” che, secondo Douglas Bennel del Centro Renfrew per i Disordini Alimentari, ormai non è più solo americano, ma si sta diffondendo a macchia d’olio anche al di là dell’Atlantico.


Tali condotte non sono esenti da effetti collaterali: è soprattutto il fegato l’organo messo a dura prova dall’abuso di sostanze alcoliche, anche se tutto l’organismo alla lunga ne subisce le conseguenze: si riduce la capacità dei polmoni di filtrare le sostanze estranee inalate, si alterano le pulsazioni cardiache e il funzionamento della circolazione. L’alcol non contiene sostanze nutritive e a stomaco vuoto non può che ledere l’organismo. Inoltre bere alcolici per dimagrire non sortisce nemmeno l’effetto voluto, infatti gli effetti sono addirittura peggiori delle condotte anoressiche e bulimiche. Il dimagrimento in questo caso è fittizio: il fisico viene massacrato visto che si introducono le calorie dell’alcol, ma non le sostanze importanti come le proteine e i grassi.
Non possiamo certo trascurare gli aspetti psicologici legati a questa forma di abuso che crea rapidamente dipendenza e che evidentemente va ad inserirsi in un contesto di disagio personale/sociale molto vasto. Dal punto di vista psicologico si crea un circolo vizioso di frustrazioni perché il “sacrificio” non porta ai risultati sperati: il fisico diventa presto molle come un budino. Non si dimagrisce come sperato e si beve di più e si mangia di meno per placare la frustrazione in aumento.
I promotori della ricerca sottolineano il ruolo fondamentale dell’informazione e della prevenzione, soprattutto in considerazione della giovane età dei protagonisti. Il ruolo dell’informazione in questa età è importante, ma non è il fattore prioritario: i ragazzi sanno che gli alcolici sono sostanze nocive, il problema è che sono anche sostanze in grado di produrre una sensazione di benessere e funzionano da ansiolitici e da aggregatori sociali. Il lavoro di prevenzione e di supporto può essere fatto da un lato aiutando i ragazzi a “punteggiare” anche sugli aspetti di rischio, oltre che quelli di piacere. Un piacere che è fugace, che dura il tempo di far “evaporare” le sostanze alcoliche, mentre le conseguenze restano.
Ancora più importanti nell’età delicata dell’adolescenza (che ormai si protrae fino ai 25 anni) è la valorizzazione dei fattori protettivi: le relazioni positive in famiglia, con gli amici, a scuola. Gli adulti di riferimento, ad esempio dovrebbero essere capaci di portare avanti un’attività di monitoraggio costante e non invasiva per cogliere in tempo eventuali segni di disagio, sia a scuola sia a casa. Sono importanti gli interessi che i ragazzi hanno modo di sviluppare negli anni: l’attività sportiva è ad esempio un ottimo fattore protettivo rispetto alla messa in atto di condotte a rischio.
È vero che questa modalità di “trasgressione” chiama in causa differenti aspetti di sofferenza e diverse forme di manifestazioni di disagio, ma lo sguardo attento e la capacità di ascolto di chi sta attorno ai giovani possono essere un supporto adeguato, sia nella prevenzione, sia nel sostegno quanto più possibile precoce nel momento di manifestazione effettiva del disagio.

martedì 26 luglio 2011

Adolescenza e rischio

L’adolescenza è una fase della vita in cui la relazione con i comportamenti a rischio è particolarmente intensa. Possiamo dire che il rischio, a quest’età è “funzionale” in una prospettiva evolutiva.
L’adolescente si ritrova a costruire la propria nuova identità e per farlo deve “rischiare” molto, per potersi rendere conto di quali sono i suoi punti di forza e di debolezza e per potersi mostrare con un’immagine nuova ai familiari e al sociale più allargato. “È come se la rinnovata situazione “organica” e “sociale” che l’adolescente vive lo dotasse di una vera e propria cassetta degli attrezzi contenente tutti gli strumenti necessari per diventare un professionista del rischio” (Pellai, Boncinelli, 2002, p. 22). È dovere dell’adolescente conquistarsi giorno dopo giorno questo ruolo da protagonista sia con il gruppo dei pari, sia negoziando la sua possibilità di rischiare con gli adulti di riferimento, che hanno il compito di porre limiti e sanzioni, che dovranno essere trasgredite, in una danza relazionale dal copione predefinito. “È in questo modo che la prima sigaretta, la prima sbornia, la prima canna, la prima volta divengono momenti memorabili che, seppur connotati da un più o meno rilevante margine di rischio, entrano nel mito e nell’epica della storia individuale e contribuiscono a scrivere quel libro il cui capitolo finale vedrà la definitiva realizzazione dell’uomo adulto, pronto ad amare e ad assumere un ruolo sociale e socialmente validato” (ibidem).
Le caratteristiche dell’assunzione del rischio variano con i cambiamenti che accompagnano le diverse età in adolescenza (Giori, 2002).
Ci sono rischi specifici per ogni fase dell’adolescenza. È proprio la prima adolescenza, quella che va dai 12 ai 14 anni, ad apparire la più difficoltosa per coloro che la vivono, proprio perché è la più ricca di cambiamenti. È il momento in cui ci si sente maggiormente fragili. A 15- 16 anni, invece, si attraversa un periodo più tranquillo dal punto di vista dei cambiamenti psicologici, ma ci sono spesso difficoltà legate alla scuola. Dai 17 ai 19 anni le difficoltà appaiono legate soprattutto all’inserimento nel contesto sociale più allargato, con reazioni da stress legate al passaggio all’età adulta (Giori, 2002).

Just do it! I comportamenti a rischio in adolescenza. Manuale di prevenzione per scuola e famiglia
Autori e curatori: Alberto Pellai , Stefania Boncinelli



Adolescenza e rischio. Il gruppo classe come risorsa per la prevenzione
Autori e curatori: Franco Giori